Dal G20 storico accordo per combattere i paradisi fiscali

Di , scritto il 03 Aprile 2009

G20A Londra sembra che l’incontro tra le potenze del G20 sia stato davvero favorevole a qualche cambiamento nell’economia mondiale. Gordon Brown, Primo Ministro inglese, aveva auspicato nel suo discorso “non parole, ma un piano per la ripresa globale e riforme con una tempistica chiara”. Il suo invito è stato accolto e i G20 hanno lavorato sodo per accordarsi sul rilancio dell’economia, con l’iniezione di nuove risorse al Fondo Mondiale per un totale di 1000 miliardi di dollari, ma anche per un passo decisivo per ‘ripulire’ la finanza dai suoi aspetti più oscuri, mettendo al bando i paradisi fiscali.

Cosa si intende per ‘paradiso fiscale’? In inglese offshore, il paradiso fiscale è un centro finanziario esterno al paese di riferimento dell’imprenditore/investitore. In genere il termine viene impiegato specificamente per quei luoghi in cui è possibile l’ottenimento di vantaggi fiscali o amministrativi altrimenti negati dalla legislazione nazionale.

Cosa hanno chiesto i G20: le potenze riunite a Londra hanno demandato all’OCSE il compito di stilare una lista nera delle banche che non forniscono le informazioni richieste e si avvalgono del segreto bancario. Questi istituti peccano infatti di poca trasparenza e saranno passibili di sanzioni se decidono di non collaborare.

Nella lista nera dell’OCSE ci sono paesi come Costa Rica, Malaysia, Filippine e Uruguay. Ma esiste anche una lista “grigia”, che comprende 38 Paesi fra i quali Monaco, Liechtenstein, Antille olandesi, Belgio, Svizzera e Lussemburgo, e riguarda Stati che pur essendosi impegnati a rispettare le regole dell’Ocse non le hanno “in sostanza” applicate.

L’Ocse elenca anche i Paesi che hanno “sostanzialmente applicato” gli standard internazionali. Fra questi figurano fra gli altri, oltre all’Italia, Argentina, Cina, Francia, Germania, Giappone, Olanda, Russia, Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti.



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