Inarrestabile il passaggio da fondi comuni a ETF nel mondo: perché?

Di , scritto il 20 Febbraio 2013

Più volte abbiamo spiegato sulle nostre pagine che cosa sono gli ETF, ma lo ripetiamo per l’ennesima volta a costo di risultare monotoni. L’acronimo significa Exchange-Traded Funds, che potremmo tradurre con ‘Fondi quotati in Borsa’ e ‘indicizzati’, ovvero collegati a un indice di riferimento, che può essere azionario, obbligazionario, geografico oppure settoriale. Si chiamano anche ‘fondi a gestione passiva’ poiché la loro valutazione avviene senza interventi esterni, semplicemente in proporzione al valore dell’indice di riferimento (benchmark).

Gli ETF esistono da circa vent’anni a questa parte e hanno preso sempre più il posto dei tradizionali fondi comuni di investimento, lanciati in precedenza e caratterizzati da una gestione attiva – soprattutto quelli della categoria azionaria.

Il flusso di denaro che esce dai fondi comuni ed entra negli ETF negli ultimi anno è enorme e costante, soprattutto nel comparto azionario, per il momento un po’ meno in quello obbligazionario percepito dagli investitori come meno rischioso anche senza le garanzie degli ETF.

Come mai gli ETF piacciono tanto? Le ragioni sono molteplici: la prima di esse sta nei costi più contenuti – indicati dal tasso TER (Total Expense Ratio, ovvero “tasso di spesa complessiva”). In secondo luogo, è apprezzata la caratteristica adottata di recente da molte società finanziarie di concedere lo scambio degli ETF anche senza commissioni per il trading. Questa nuova assenza di commissioni favorisce anche chi investe in PAC (ovvero piani di accumulo) di ETF: mentre un tempo per ogni acquisto che andava a costituire il PAC c’era un costo fisso (ne abbiamo parlato qui) che gravava soprattutto sulle somme più piccole. Anche le società finanziarie che non hanno annullato i costi delle commissioni li hanno comunque ridotti, rendendo così i fondi indicizzati uno dei prodotti in assoluto al momento meno costosi. Certo, le loro performance non sono comparabili a quelle potenziali dei fondi a gestione attiva, che possono ripagare l’alto livello di rischio con rendimenti più cospicui.



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