Lo scudo fiscale porterà via i soldi dalle banche svizzere?

Di , scritto il 21 Luglio 2009

svizzera_soldi1.jpgL’attesissimo ‘scudo fiscale’ contenuto nelle norme anti-crisi previste dal decreto governativo semina il panico tra le banche svizzere. Dei 550 miliardi di capitali italiani all’estero, 300 circa sono nelle banche del Ticino. Se vi sarà un gran numero di risparmiatori tra Piemonte, Lombardia e Veneto che saranno costretti ad aderire alle opzioni di trasferta dei fondi, allora il timore di perdere denaro è giustificato.

Perché? La norma prevede l’istituzione di una imposta straordinaria sulle attività finanziarie e patrimoniali detenute all’estero, a condizione che tali capitali siano rimpatriati in Italia da Paesi extraeuropei nonché regolarizzate ovvero rimpatriate perché in essere in Paesi dell’Unione europea e in Paesi aderenti allo spazio economico europeo che garantiscono un effettivo scambio di informazioni fiscali in via amministrativa. Si tratta di un incentivo a trasferire i propri conti verso le banche italiane di modo da recuperare il gettito fiscale finora rimasto intoccabile dal governo italiano.

Le attività finanziarie e patrimoniali che potranno ricadere nella disciplina dello scudo sono quelle “detenute almeno al 31 dicembre 2008 e rimpatriate ovvero regolarizzate a partire dal 15 ottobre 2009 e fino al 15 aprile 2010”. In realtà esiste un’assoluta imprevedibilità del numero di contribuenti che potrebbero aderire all’iniziativa, perché i capitali all’estero esistono anche in forma di proprietà immobiliare, dunque molto difficilmente espatriabile se non venduta per trasformarsi in liquidità “scudata”.

Il governo stima di riportare a casa almeno 100 miliardi di capitale e incassarne dai 3 ai 4 miliardi di euro, ma la previsione potrebbe essere troppo ottimista, perché ci vorrà del tempo per rendere operativa la task force incaricata di aggredire l’evasione fiscale all’estero.

Le banche intanto si fanno i loro conti e il governo di Berna ha firmato già dal 2003 con la Ue la Saving tax directive, cioè l’applicazione sui capitali di cittadini comunitari di un’aliquota che salirà fino al 35 per cento nel 2011; la tassa viene girata ai paesi di provenienza, detratto il 25 per cento che trattiene il fisco svizzero. Una prima manifestazione di buona volontà, e un minore appeal per gli evasori; tutto però travolto dalla crisi finanziaria mondiale, che rischia di mettere in ginocchio molti istituti di credito.



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