Coco bond: l’ingegneria finanziaria per far pagare il conto al più debole

Di , scritto il 23 Febbraio 2011

Ci eravamo lasciati, un paio di articoli fa, ricordando che i debiti ci sono e alla fine saranno da pagare. La prima conseguenza è stata la norma europea la quale prevede, per coloro che acquisteranno di titoli di stato a partire dal 2013, la partecipazione al debito (vedi situazioni tipo Grecia), sotto forma di ristrutturazione del debito o mediante una svalutazione. In pratica chi avrà comprato per 100 si troverà un valore di 75, un 25% di perdita secca e una diminuzione del debito statale immediato e veloce.

Un altro problema urgente consiste nella soluzione del debito bancario. Il famoso detto too big to fail (troppo grande per fallire) è ormai superato a causa della mancanza delle risorse finanziarie che consentirebbero di salvare qualsiasi banca da possibili fallimenti. E’ stato fatto nel biennio 2008-2009, per una seconda tornata manca la materia prima: i soldi.

La soluzione, grazie agli ingegneri della finanza, è stata trovata: si chiamano coco bond, convertible contingent bond. Il primo istituto a emettere tali titoli obbligazionari sarà il Credit Suisse (fonte: Financial Times) per un importo di 30 miliardi di dollari. Le previsioni stimano emissioni in futuro per importi pari a 500 miliardi. In questo momento l’emissione è riservata solo a investitori istituzionali, ma data la quantità che dovrà essere collocata in futuro c’è chi non esclude che possano essere collocati anche al cliente finale.

Ma come funziona questo prodotto strutturato?
Si acquista il coco bond, allettati da cedole elevate (per il Credit Suisse si parla di 9 – 9,5%), la conversione in azione avviene solamente se la patrimonializzazione della banca scende sotto il 5% o il 6% secondo i parametri di Basilea 2 (tier 1, evitiamo di entrare troppo nel tecnico, ma questo è il parametro). In pratica, se la banca va male l’obbligazione si trasforma automaticamente in azioni e non si ricevono più cedole. La banca in crisi viene ricapitalizzata grazie alla trasformazione, il debito obbligazionario scompare e i sottoscrittori, con molta probabilità, parteciperanno alle perdite dell’istituto per il semplice motivo che se la banca ha difficoltà finanziarie e la patrimonializzazione si riduce, l’azione perderà quasi sicuramente valore in Borsa. In questo modo si ridistribuisce la perdita e si partecipa il sottoscrittore in modo indiretto; nella sostanza si sottoscrive un bond e si firma un impegno a partecipare alla ricapitalizzazione della banca in caso di difficoltà.

L’ingegneria finanziaria non ha limite nell’inventare soluzioni brillanti. Nel caso vi venga proposta un’obbligazione convertibile, fatevela spiegare, potrebbe essere un prodotto normale oppure, non si sa mai, un titolo come quelli di cui sopra.

Alla prossima.

Nicola Mastropietro

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1 commento su “Coco bond: l’ingegneria finanziaria per far pagare il conto al più debole”

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