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Licenziamento, in alcuni casi l’azienda non può farlo, perché

In alcune circostanze sussiste un divieto di licenziamento, che se non rispettato espone il datore di lavoro a una serie di spiacevoli conseguenze.

Molte volte le aziende non possono licenziarti a causa di un divieto che impedisce loro di poterlo fare. Scopriamo di cosa si tratta e quando.

divieto di licenziare-solofinanza.it

Divieto di licenziamento: quando e perché succede in azienda

Il licenziamento è quell’atto con cui il datore di lavoro recede unilateralmente dal rapporto di lavoro. Il licenziamento, salvo alcuni casi, deve essere sempre motivato da giusta causa o da giustificato motivo oggettivo o soggettivo che sia, e inoltre ci sono alcuni casi specifici per cui il nostro ordinamento riconosce un vero e proprio divieto di licenziamento.

In determinate situazioni, quindi, il potere del datore di lavoro di poter interrompere il rapporto di lavoro si scontra con i vincoli imposti dal legislatore. La normativa, infatti, riconosce un elenco di situazioni in cui il recesso da parte del datore di lavoro è vietato, pena una sanzione per licenziamento nullo che oltre a portare al reintegro del dipendente sul posto di lavoro può prevedere il pagamento di un’indennità risarcitoria.

È dunque importante comprendere in quali casi non si può licenziare un dipendente, così da non commettere errori che potrebbero costare caro all’azienda.

Quali sono i periodi in cui è vietato licenziare? Eccoli tutti, la lista

divieto di licenziamento
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Ci sono dei periodi in cui il datore di lavoro non può licenziare i propri dipendenti senza rischiare l’impugnazione dello stesso. Nel dettaglio, nei seguenti casi il licenziamento è considerato nullo, con il reintegro al lavoro e il rimborso delle retribuzioni spettanti per il periodo intercorso:

  • matrimonio della lavoratrice: ai sensi dell’articolo 35, D.Lgs. 198/2006, è vietato il licenziamento nel periodo che va dalla richiesta di pubblicazione a un anno dopo la celebrazione delle nozze, regola che tuttavia vale solamente per le dipendenti;
  • gravidanza e maternità: per quanto riguarda le lavoratrici vi è un secondo vincolo, in quanto il datore di lavoro non può procedere con il licenziamento nel periodo compreso tra l’inizio del periodo di gravidanza all’anno di età del bambino, come stabilito ai sensi dell’articolo 54 del D.Lgs. 151/2001;
  • infortunio o malattia: non si può licenziare il dipendente nel periodo di malattia o infortunio. Tuttavia, legge e contratti collettivi fissano un termine, conosciuto come periodo di comporto, oltre il quale se l’assenza si prolunga è possibile comunque recedere unilateralmente il contratto;
  • richiamo alle armi: ormai in disuso, speriamo per molti anni ancora, il divieto di licenziamento per il lavoratore che viene richiamato alle armi. Il divieto resta valido fino a 3 mesi dalla ripresa dell’occupazione;
  • sciopero: come stabilito dalla Legge n. 300/1970 non è possibile licenziare un dipendente che partecipa ad azioni di sciopero;
  • incarichi sindacali: il divieto di licenziamento vale anche nei confronti dei dirigenti delle rappresentanze sindacali aziendali e dei membri di commissione interna. Il vincolo sussiste fino a un anno dalla cessazione dell’incarico, mentre è solo di tre mesi dalle elezioni per i candidati non eletti.

Assolutamente vietato anche il licenziamento discriminatorio, inteso come quel recesso che è determinato da ragioni di tipo politico o di fede religiosa, come pure dal fatto che il dipendente partecipi attivamente alle attività sindacali. Si considera come licenziamento discriminatorio anche quello motivato da ragioni di etnia, lingua od orientamento sessuale.